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13 February, 2012

TOMBOY: IL GIOCO, L'ARTE, LA VITA

Il bello del cinema è che può percorrere un universo sconfinato di possibilità. Un film può essere tutto ciò che vuole, mantenendone lo statuto e la legittimità: il kolossal farcito con milioni di dollari di effetti speciali, o una piccola produzione che ricerchi la sua identità in altro, lontano dalle mirabolanti attrattive del made in USA. Credo sia un pò come l'abitudine a mangiare cibi molto salati. L'assuefazione al sale ci rende impossibile percepire il sapore di quelli delicati o sconditi, ma se solo ci riabituiamo al vero gusto delle cose, quello più semplice, genuino e reale, allora non riusciremo più a tornare indietro. Forse sì, dovremmo “disintossicarci” ogni tanto dal cinema plateale e spettacolare (almeno in parte) per gustarci la poesia e la sensibilità di film come Tomboy. Nessun accadimento speciale, nessun cataclisma, nessuna guerra, nessun amore folle e smisurato. Solo la semplice quotidianità di una bambina che, in crisi di identità sessuale, vorrebbe essere un maschio per giocare a calcio e piacere alla bella Lisa. Una storia che si sarebbe potuta rendere densa di pathos, creando il classico alone di vergogna, disprezzo, paura o perfino suspence. Invece la regista Céline Sciamma ci mette di fronte allo specchio al fianco di Laure: lei si toglie la maglietta e guarda quel corpo ancora privo di connotazioni sessuali che le permette di giocare ad essere altro. Noi siamo lì, e non ce ne andiamo.


Il vero quesito di Tomboy non è se Laure sia gay oppure no. Si tratta piuttosto di un momento, di una tranche de vie nella scoperta di se stessi e del mondo esterno. Infondo chi può definirsi una persona completa a dieci anni? Perché ci si aspetta che l'identità sessuale sia qualcosa di determinato sin dalla tenera età, come se fosse niente di più di un carattere ereditario? A volte, quando l'istinto entra in conflitto con le pressioni sociali, è necessario scegliere. In questo caso, la futura connotazione sessuale non ha davvero alcuna importanza. Il diritto ad uscire da se stessi, il diritto a sperimentarsi, a giocare con la propria identità, è qualcosa di negato nella quotidianità dalla nostra cultura, eppure se riflettiamo ci rendiamo conto che da secoli è sublimata nel teatro (pensiamo alla maschera, al travestimento, al recitare un ruolo) e ovviamente anche nel cinema stesso. Il termine “Persona” deriva dall'etrusco Fersu, cioè maschera. Vita e scena non sono poi così distanti in conclusione. In effetti cosa caratterizza la nostra identità, il nostro essere persona? Ciò che rimane immutabile, in un vortice continuo di cambiamenti: la continuità è tutto ciò cui possiamo aggrapparci per definire ciò che siamo. Il gioco imita la vita e i suoi modelli, quei modelli che la società si aspetta vengano presto fatti propri dall'individuo. Il gioco, l'arte e il teatro sono la stessa cosa: sono un tentativo di affermazione della vita e della propria, personalissima, versione di essa. E come avviene nel sogno, possiamo sfruttarli per sperimentare le vite degli altri, le infinite possibilità che ci si presentano davanti, permettendoci di far confluire le nostre pulsioni inespresse là dove sono legittime e accettate.


A volte, tuttavia, avviene un cortocircuito. Il bello di Tomboy, è l'essere chiamati a schierarsi dalla parte dei più piccoli, come raramente nel grande cinema (eccezioni che ritroviamo ne I 400 Colpi di Truffaut, ancor prima in Zero in condotta di Jean Vigo, e nel più recente La guerra dei fiori rossi di Zhang Yuan) . Qualunque sia stata la nostra infanzia, riusciamo a capire Laure, empaticamente, a sentirla. E alla fine? Cosa ci resterà di questo film? Forse non un grande appagamento, nessun messaggio profondo, nessuna scossa emotiva: solo la scia di qualcosa che è stato, la traccia di un'estate vissuta, o sognata. 82 minuti che ci hanno permesso di abitare la vita di qualcun altro, e forse, di essere abitati a nostra volta. Poco importa di quel che ne sarà dopo.


Ebbene sì, il cinema può essere anche questo.

7 comments:

Vitalij Zadneprovskij said...

Ciao e complimenti per la bellissima recensione!
E' vero che nel film non succede niente di plateale, però mentre lo vedevo continuavo a chiedermi quando gli altri bambini si sarebbero accorti del fatto che Laure fosse femmina.
Sicuramente nei film per il grande pubblico non si notano se sfumature che si vedono qui. La madre non è solo madre, a volte è pigra a volte arrabbiata. Il padre sembra veramente distante a parte i rari momenti in cui decide di esserci.

Anche per me la parte più interessante del film è il gioco di identità che oggi è diventato un po' tabù. Per caso conosci altri film che giocano così tanto con le identità delle persone?

Silvia Bigi said...

Ciao Vitalij!

grazie per l'apprezzamento!

se ti riferisci a film che giochino sull'identità sessuale ti consiglio XXY di Lucia Puenzo, parla di una ragazza ermafrodita, possiede entrambi i sessi e non sa scegliere. Se invece ti riferisci solo al mascheramento e al cambio di ruoli c'è l'appena uscito Albert Nobbs con Glenn Close, ma anche molti altri. Film che riflettono l'identità a livello più filosofico sono per me Persona di Ingmar Bergman (ma praticamente tutto il cinema di Bergman) e Mullholand Drive di David Lynch. Sul cinema dell'identità ci sarebbe da scrivere un trattato ;)

per altri consigli chiedi pure, buona giornata!

Vitalij said...

Ciao Silvia,
grazie per i consigli!

XXY l'ho visto da poco ed è molto bello e molto profondo. Le persone come la madre, che sentono di avere la risposta in tasca e la vogliono imporre agli altri, altre come il padre che continuano a sforzarsi per capire, fino alla fine.

Non sapevo che ci fossero così tanti film sull'identità! Mi riferisco in generale tra la differenza tra il ruolo che la società si aspetta ed il caos di tutte le cose che ci piace fare. Provo a vedere i film che hai citato, sperando di capirli! :)

Buona giornata!

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