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12 December, 2011

LE TRE ETA’ DELLA DONNA NEL CINEMA DI LARS VON TRIER

Melancholia è un pianeta che pare attrarre a sé. Come la luna, manifesta una forza di natura ignota, una sorta di arcaico magnetismo che spaventa e affascina.

L’ultimo film di Lars Von Trier si presenta come dittico: due sorelle, Justine e Claire, due unità (il matrimonio e l’avvicinarsi di Melancholia alla terra), un luogo/mondo, la proprietà di Claire e del marito, che ci attira come dentro la tana del bianconiglio, per scoprirne un universo insospettabile. Il senso di attesa apocalittica è reso attraverso ogni dettaglio: dialoghi, musica e fotografia si fondono per creare un onirismo tragico senza precedenti nel cinema del regista danese.

Come siamo arrivati a questo? Un tempo, le donne del cinema di Lars Von Trier erano alla deriva, incapaci di liberarsi dai soprusi, succubi della vita. Erano sole contro tutti, se non in senso fisico, di sicuro in senso esistenziale. Ricordo la Watson di Breaking The Waves, e la sua eterna battaglia tra la fede e la vita (lì il nostro regista danese si divertiva sadicamente come un bambino alle prese con una lente d’ingrandimento e una formica). Solo quattro anni dopo, una meravigliosa Bjork - versione vontrieriana della Jeanne d’Arc di Dreyer - si muoveva come una marionetta a suon di musical in Dancer in the dark. La dissonanza risultava tanto stridente (il dolore estenuante portato all’orlo del sopportabile e diabolicamente fuso all’allegria patinata del musical) quanto magnifica. Poi ci fu una Kidman insolitamente magra, ma non per questo meno diafana e affascinante, che in Dogville cercava di preservare parvenze di dignità umana tra i tratteggi di gesso di una città inesistente. Il suo essere donna - prima che persona - la penalizzava, spingendola verso un baratro sempre più profondo di soprusi e fastidiose incongruità (di quelle che tanto piacciono a Lars Von Trier, ma anche al caro David Lynch).

Fino a quel momento le donne di Lars Von Trier, ci erano apparse come quegli incubi da cui ci si vorrebbe svegliare urlando a pieni polmoni, eppure la voce sembra soffocata. Quelle donne erano tremendamente fittizie e implausibili, vicine alle tragiche eroine dei romanzi ottocenteschi con le quali ci s’identifica proprio perché quella sofferenza, portata alle estreme conseguenze, ci nutre di forza e coraggio, nonché di consapevolezza.

Poi è arrivato Antichrist. Qui la Gainsburg era l’incarnazione del maligno. L’uomo impotente di fronte a questa misteriosa energia che univa femminile e diabolico. La successione di capitoli ci conduceva in un intreccio estenuante e irritante (come in Rosemary’s Baby di Polanski sono l’immobilità, l’incapacità di reagire che rendono incubi i film di Von Trier).

Con Melacholia, il dualismo va a integrarsi al cosmo finora descritto, facendolo implodere, rendendolo altro. Claire è forse delle due sorelle quella che più si avvicina alle precedenti eroine vontrieriane, ma nulla nella sua sofferenza è enfatizzato come in passato. La sua è una vita di donna, madre, moglie, sorella devota e paziente, come tante ne esistono nella vita reale. E Justine potrebbe per alcuni versi essere accostata alla Gainsbourg di Antichrist, entrambe sono intimamente legate alle oscure forze di questo mondo (o dell’universo), ma la prima non possiede, ancora una volta, quelle connotazioni eccessivamente violente della seconda.

C’è chi ha scritto di Melancholia che le sorelle siano due facce della stessa donna, paragonandole alla coppia bergmaniana Elisabeth/Alma di Persona. Sappiamo sì che Lars Von Trier è da sempre un devoto ammiratore di Bergman, da qui il suo amore per le trilogie. Eppure nel cinema del regista svedese il duplice era solo espediente per indagini psicologiche profonde e sottili. Elisabeth e Alma erano due donne tanto differenti quanto simili, proprio come la coppia Betty/Rita in Mulholland Drive. Nel cinema di Bergman (e forse in quello di Lynch), gli opposti si fondono e si confondono. Gli opposti di Melancholia sono invece chiaramente didascalici: una moglie e madre devota e una giovane ribelle e selvaggia, che vive in un mondo sospeso e muta con il mutare dei corpi celesti. Dopo avere assimilato più di trent’anni di suoi film, sappiamo che Von Trier non tratta di variazioni/vibrazioni dell’anima ma piuttosto del senso archetipico della natura umana. Il femminile è fuso in un’unione profonda con il cosmo perché rappresenta la vita. Ogni forma di vita, almeno della vita per come noi la conosciamo. Jung parlava dei due opposti complementari Vecchio Saggio/Madre Terra. Madre Terra, il femmineo in senso cosmico, altro non è che l’archetipo della natura, della vita terrestre e di tutto ciò che è erotico e incontrollabile.

Ogni donna rappresenta il mondo dell’energia femminile incarnata, espressione dell’inafferrabilità del sentimento e dell’istinto. È il ritratto di Justine. Lei è istinto puro. Lei è terrestre, erotica, incontrollabile. La luce azzurra di Melancholia la strega, la ipnotizza e la fa (ci fa) vivere in un mondo surreale. Non a caso nella notte, il pianeta Melancholia si trova nel cielo affianco alla luna, elemento di modificazione e mutamenti sottili e impercettibili della terra. Claire osserva l’irrequietezza della sorella con un sofferente amore materno. Lei non conosce questa energia, ma quando Melancholia sfiora l’atmosfera terrestre, è l’unica cui manca il respiro. Ha paura, perché quello che sta accadendo è fuori da ogni controllo razionale, frutto dell’inevitabile destino cosmico. In quanto spettatori, proviamo pena per Claire come ne proviamo per Justine. Si tratta dello stesso pathos che provavamo di fronte all’urlo silente della Bess di Breaking the Waves, di fronte alle strazianti melodie della Selma di Dancer in the dark, di fronte alla gentilezza incompresa della Grace di Dogville. Ciò che davvero è cambiato ora, è che se prima potevamo vedere uno spiraglio di luce al di là della complessa malignità dell’essere umano, ora il silenzioso e imperturbabile universo si scaglia contro l’uomo come un’antica divinità, e contro questo, purtroppo, non possiamo nulla.

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