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14 March, 2012

ATTENBERG: IL FAVOLOSO MONDO DI MARINA

Dio è il Silenzio, Dio è l'Assenza, Dio è la Solitudine degli uomini. Sartre

Attenberg è una poesia visiva, il suo mondo ovattato parla di individualità inespresse, di visioni che lasciano segni indelebili e profondi, perché arrivano a noi per vie differenti dalle parole. La luce cupa e radente della fotografia di Thimios Bakatakis, ancor prima che le immagini, influenza la nostra percezione e la nostra emotività. Marina è una outsider, la sua vita è un perpetuo fuori sincrono. La realtà oggettiva la destabilizza, si interseca alla sua percezione del mondo, creando confusione. Lei vive la realtà, ma la realtà non vive in lei. E' ribellione interna: il suo corpo e la sua mente rigettano l'ordine delle cose, ma in particolare ciò che viene rigettato è la concezione sociale del corpo: quell'imposizione ad una risposta immediata e all'unisono di corpo e mente al sesso, all'attrazione, all'altro. Ci prova continuamente, si esercita al bacio con la migliore amica Bella e studia il suo corpo clinicamente, scopre il sesso, ma ugualmente ne è fuori. E' spettatrice di se stessa.


Mai si sarebbe detto prima del film di Athina Rachel Tsangari che un mondo interiore autistico potesse essere tanto sognante e poetico. Le due amiche canticchiano Toutes les garcons et le filles de mon age mentre passeggiano verso di noi in un'infinita carrellata, mentre la vita intorno procede noncurante, Marina e Bella affermano e ribadiscono il loro essere fuori tempo rispetto al mondo circostante: le freaks di Attenberg sarebbero state amate da Diane Arbus. Marina non risponde agli schemi imposti, semplicemente assimila i comportamenti altrui nella forma, senza assorbirne la sostanza o farli propri. L'interesse verso gli altri è più di carattere antropologico, come dimostrano i documentari di David Attenborough sempre presenti - Attenberg appunto, perché persino le parole sono plasmate e filtrate dai personaggi. La sua osservazione meccanicistica degli istinti animali conferma l'incapacità della protagonista di comprendere gli esseri umani: nessuna attrazione per l'altro, solo un amore profondo e sconfinato per il padre.


La com-passione, nel senso originario del termine, il sentire empaticamente l'altro, è il tema più interessante di Attenberg: la poesia del film non nasce dalla drammaticità, ma dalla goffaggine e dall'ironia che irradiano i personaggi, delicati e sottili, e da una sensibilità disarmante nei confronti della diversità. La recitazione straniante dell'attrice Ariane Labed (Coppa Volpi a Venezia) e gli inusuali intermezzi grotteschi alimentano un mondo che non ci appartiene, ma che per un istante sfioriamo.


"L'altro è indispensabile alla mia esistenza, così come alla conoscenza che ho di me" diceva Sartre. Per esistere abbiamo bisogno degli altri, della realtà del mondo in cui viviamo: ma, infondo, siamo noi che proiettiamo noi stessi sul mondo esterno. E' questo che Athina Rachel Tsangari tenta di dirci, e per quanto disorientante e faticoso, il favoloso mondo di Marina persiste nella mente, come un profumo dalle note profonde, che ricordiamo nel tempo senza ragione.

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