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14 November, 2011

THE ARTIST E LA PAURA DEL CAMBIAMENTO

L’introduzione del sonoro nel cinema ha rappresentato un cambiamento di dimensioni epocali, sia per la conseguente evoluzione tecnologica, che per il drastico ribaltamento delle poetiche attoriali e registiche. Molti attori del cinema muto da un anno all'altro si ritrovarono dall'essere venerati come divinità al totale anonimato, per la semplice incapacità – e a volte impossibilità - di adattamento. Esemplare, prima di The Artist, è il caso di Gloria Swanson descritta da Billy Wilder nell’epico e decadente Sunset Boulevard (indimenticabile la scena di Buster Keaton e le celebrità del muto che giocano a carte nella fantasmatica villa).

George Valentino è una star del cinema muto, osannato da produttori e fans. La sua vita incrocia quella della giovane e sognante Peppy, innamorata di lui come qualunque donna dell'epoca, che fa di tutto per recitare al suo fianco in un film. George ne è ammaliato: la spronerà, le darà consigli, e lei ben presto diventerà una star. Parallelamente, la carriera di George è in declino: la sua casa di produzione abbandona le pellicole mute e lui si rifiuta di recitare in un film sonoro. Il suo fedelissimo cane (che ci ricorda Umberto D. di Vittorio De Sica) e Peppy non vogliono abbandonarlo nel baratro in cui sembra sprofondare.

The Artist è un film muto che racconta del cinema muto. Solo gli oggetti emettono suoni, escludendo il chiacchiericcio informe del finale: rievoca le pellicole di Jacques Tati, e l’esibizione di Charlot in Modern Times, quando si rifiuta di pronunciare parole di senso compiuto. Carico di rimandi cinematografici, The Artist ricorda come qualsiasi cambiamento ci ponga di fronte ad una situazione apparentemente insormontabile, ma che nel tempo sarà vista come normale evoluzione. Prima c'è stato il passaggio al sonoro, poi si è abbandonata la pellicola, il supporto, e siamo entrati in un mondo di algoritmi che è il digitale. Oggi, siamo giunti al cinema 3D. In ognuno di questi passaggi, c'è stato chi ha creduto che il cinema fosse morto, che fosse terminato là dove il cambiamento ne avesse modificato lo statuto stesso. C'è chi sosteneva e tuttora sostiene che il cinema muto fosse l’unico possibile. Chi pensa che il cinema sia solo in 35 mm. Chi pensa che il cinema 3D sia una meteora destinata a estinguersi con l'animazione Pixar. Il cinema, di fatto, è ancora lì. Le sale ancora popolate di gente. Si tratta probabilmente di qualcosa di più astratto, un concetto, prima che materia specifica.

Oggi più che mai, il cambiamento ha una connotazione spaventosa. Assistiamo a una crescita esponenziale della tecnologia: ciò che prima avveniva in secoli, poi in decenni, oggi avviene in un anno, se non in pochi mesi. Le persone sembrano passivamente assorbire tali cambiamenti, inglobarli nella propria quotidianità senza particolari problemi: pensiamo solo a come sarebbe oggi la nostra vita senza Internet. Vi siete mai trovati di fronte un IPod chiedendovi come possa esserci musica all'interno? Io non riesco a smettere di provare stupore per il minuscolo oggetto che ho di fronte. Apparentemente l'uomo si adatta a questi cambiamenti, ma il suo pensiero, che è pensiero di un'intera epoca, è veramente al passo con questa evoluzione? Il tutto sembra sfuggirci di mano, il tutto arriva prima di noi. Solo alcuni, profeticamente o semplicemente per intuito, riescono a fare propria l’innovazione prima degli altri, a stare sopra quest'onda mastodontica del cambiamento (vedi l'utilizzo del 3D per Pina di Wim Wenders, introducendolo nel cinema autoriale).

George teme il cambiamento, ha orrore di un mondo sonoro (nei suoi peggiori incubi, gli oggetti comuni emettono suoni). Molti di noi oggi temono un mondo inconsistente fatto di ologrammi, di trasferimenti dati e d’interfacce che lo fanno apparire ancora analogico. Perché il nostro pensiero è (almeno per ora) analogico. E così, abbiamo un appiglio per mantenerci ancorati al vecchio mondo, allentando l’ansia che proveremmo per una realtà caratterizzata da un flusso costante di numeri, solo numeri (lo dicevano i Fratelli Wachowski a fine anni Novanta). Anche noi, come George, abbiamo paura. Paura che il progresso tecnologico sarà sempre un passo (o dieci) avanti a noi. Paura che il tutto ci sfuggirà di mano, un giorno (Basta pensare ai film di fantascienza come trasposizione cinematografica del nostro inconscio e delle sue paure). Traspare un senso di leggerezza in The Artist, partendo dalla scelta di un bianco e nero estremamente pulito, passando per una colonna sonora apparentemente priva di pathos: queste scelte registiche ci ricordano la natura cinematografica primordiale, il suo essere, sopra ogni cosa, Entertainment. Lo sapevano i fratelli Lumière, lo sa George Valentino, lo sa il regista Michel Hazanavicius, lo sapevano i protagonisti di Singing in the rain, nei loro simpatici e goffi tentativi di passare al parlato. Il cinema delle origini arriva nel presente, e il cerchio si chiude.

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