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08 November, 2011

EVEN THE RAIN E LA SEMIOTICA DEI POPOLI

Una troupe cinematografica va a Cochabamba, in Bolivia, per girare un film sull’arrivo di Cristoforo Colombo nella Nuova Terra. Contemporaneamente alle riprese, in città sorge il malcontento per l’imminente privatizzazione dell’acqua. La mise en abîme, la Storia nella Storia o film nel film che dir si voglia, ci porta verso un’identità realtà-finzione: i boliviani recitano in un film che parla dell’antica colonizzazione, e contemporaneamente, una nuova guerra li sta soggiogando. Il personaggio e la persona finiscono per subire la medesima violenza.

C’è un momento, nel film del regista Iciar Bollaìn, che trascende l’intreccio, portandolo a un livello superiore. Il regista Sebastiàn spiega la scena successiva: i cani feroci, sguinzagliati dai colonizzatori, incombono. Per salvare i propri figli, le madri li adagiano sul letto del fiume, nella speranza che la corrente li porti lontano. Le donne non vogliono girare la scena, i bambini urlano a pieni polmoni. Sebastiàn, per esorcizzare la paura, spiega che non ci sarà alcun pericolo perché la scena sarà tagliata e i bambini sostituiti con bambole; ma il rifiuto non é dettato dalla paura. Esse rifiutano di girare la scena, perché non possono immaginare di compiere un tale gesto. Sebastiàn prega di farlo, poiché, in sostanza, il film deve continuare: ma il traduttore riferisce che, per i boliviani, ci sono cose più importanti di un film.

Il linguaggio è convenzione: ci sono concetti che non possono essere tradotti o spiegati, che non possono - e a volte non vogliono - essere compresi. Questo dettaglio non trascurabile è probabilmente alla base della maggior parte dei conflitti di oggi e di ieri. In ogni luogo e in ogni epoca, il rispetto per l’altro comincia nel mondo della condivisione, ma termina in quello dell’ignoto e della diversità, di ciò che terrorizza, ma allo stesso tempo, affascina.

In semiotica, Peirce parlava del passaggio per l’uomo dalla condizione di ‘dubbio’ a quella di ‘credenza’. Il nostro rapporto con il mondo è segnato da una perpetua formulazione d’ipotesi, per superare la condizione d’incertezza nella quale viviamo. Ci adagiamo a una credenza, a un modello mentale, a uno stereotipo o a una concezione culturale, per far riposare la mente. La comunicazione è sempre legata a un’interpretazione, e ogni interpretazione, ci dice Umberto Eco, ha necessariamente dei limiti. Il significato che diamo alle cose dipende dalla nostra conoscenza ed esperienza del mondo. Posti di fronte a una nuova realtà, creiamo un contenuto costituito dall’insieme delle differenti interpretazioni e concezioni. Spesso tendiamo a dimenticare come soltanto un gesto possa essere offensivo per il membro della differente cultura, o come certi sentimenti di appartenenza siano del tutto estranei tra un popolo e l’altro. Un ragazzo boliviano, attore del film di Sebastiàn e manifestante agguerrito per il suo diritto all’acqua, a un certo punto ammette la sua incapacità di comprendere ciò che accade: ‘agua es vida, no lo entiendo’.

Il governo boliviano con la privatizzazione dell’acqua vuole ‘attualizzare’ il Paese, portarlo in un mondo globalizzato, per non lasciare i propri abitanti ‘nell’età della pietra’. E’ ciò che la nostra civiltà ha fatto nel corso dei secoli: imporre la propria visione come univoca, superiore, evoluta. Abbiamo diffuso la nostra fede, la nostra educazione, la nostra economia nel mondo, senza domandarci se potesse essere compresa e plasmarsi altrove. Ci sono mondi, ci dice il film, con linguaggi differenti, vicini alla natura, intuitivi e simbolici. Lo dimostra il piccolo regalo fatto dal padre di Belén a Costa, prima della partenza: un contenitore riempito della loro, preziosissima, acqua, da conservare come amuleto. Perché ‘agua es vida’.

Forse ci sono davvero cose che vanno al di là di un film, del leit motiv “Show must go on” che descrive la vita di Sebastiàn e di Costa – perché, si difendono, ‘la vita cambia, mentre questo film rimarrà per sempre’. Forse ci sono cose che non possono essere dette, spiegate, ma solo percepite. Forse ci sono cose che i soldi non possono comprare. Le parole scivolano con facilità da una lingua all’altra, ma spesso il concetto profondo, unico e personale, cade in un buco nero: perso nella traduzione.

L’ultima parola del film, è pronunciata da Costa: Yaku. In boliviano, significa acqua.

Acqua

Agua

Water

Wasser

Yaku.


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